JOYEUX NOEL

A Natale siamo tutti più buoni.
Questa frase, benché ormai svuotata del suo significato più profondo e diventata uno dei luoghi comuni più triti e indisponenti (oltre che diseducativi, come si può vedere ascoltando la canzoncina di una certa pubblicità televisiva di questi giorni), mi è venuta in mente, per vari motivi, guardando questo film.

La storia di tre reggimenti appartenenti a due schieramenti nemici (uno francese e uno scozzese, alleati, contro uno tedesco) nelle prime fasi della Grande Guerra mi ha riportato alla mente, per cominciare, un’altra considerazione: l’uomo dà il meglio di sé nei confronti del prossimo quando si trova in situazioni estreme, come appunto quelle della guerra del ’14-’18.È vero, in contesti del genere non si va troppo per il sottile, ci si sbudella senza tanti complimenti; ma la storia narrata nel film dice che esiste qualcosa di diverso, si potrebbe dire qualcosa di miracoloso, in cui il miracolo lo fa la musica.

Uno dei soldati tedeschi è, nella vita civile, un tenore. La vigilia di Natale del 1914 decide di festeggiare con i commilitoni, abbandonando così in anticipo il ricevimento di ufficiali (alla presenza del principe ereditario) cui era stato invitato a partecipare e in cui, insieme alla compagna della sua vita, aveva cantato un’aria di Stõlzel.

Contemporaneamente, nel campo alleato, gli uomini del Royal Scots Fusiliers passano il tempo: il cappellano prende una cornamusa (in tutto sono quattro, prestate dai ‘ragazzi del Novantaduesimo’) e intona ‘I’m Dreaming of Home’. Il suono viene avvertito oltre la trincea.

Il tenore intona ‘Stille Nacht’: del resto, la mezzanotte si avvicina…

Ma ecco che accade l’inaspettato. Una delle cornamuse accompagna il cantante, in perfetto accordo. Il cappellano scozzese è salito sul parapetto e guarda in direzione della trincea nemica. Quasi a volerlo chiamare, gli  accenna le prime note di ‘Adeste Fideles’: il tedesco accoglie l’invito e canta, prima da solo, poi con l’accompagnamento, anch’esso perfettamente armonizzato, di tutte le cornamuse.

Gli scozzesi sono tutti fuori, il tenore, cantando, si avvicina a loro. Uno di essi, alla fine, gli fa i complimenti: ‘Sembra di essere all’opera!, gli dice. Una piccola battuta di spirito, certo, e come tale accolta dal soldato tedesco; ma quando il suo tenente gli si avvicina, e gli dice la stessa cosa ma con aria di rimprovero, gli risponde: ‘Qui è meglio’.

Il tenente scozzese si avvicina ai due, raggiunto poco dopo dal collega francese. In breve, si accordano per un ‘cessate il fuoco’ per la notte di Natale. Ma la situazione, in un certo senso, sfugge di mano: i soldati escono dalle trincee e cominciano a socializzare, offrendosi cioccolato e champagne, facendo vedere le foto delle proprie mogli e scherzandoci sopra, giocando con un gatto… e provando a soffiare dentro le cornamuse! Niente da fare, le mucche tristi sono inevitabili.

Unico problema, la lingua.

Viene celebrata la Santa Messa. Vi partecipano quasi tutti. Alla fine di essa la cruda realtà ricorda a quegli uomini dove si trovano: all’orizzonte si vedono i bagliori dei bombardamenti e si ode il rombo delle esplosioni. Ma qualcosa è cambiato in loro, rientrano nelle trincee guardandosi gli uni gli altri, preoccupati di cosa potrebbe succedere già l’indomani.

E l’indomani qualcosa succede. Succede che un soldato del RSF esce per cercare il cadavere del fratello e seppellirlo. Naturalmente, viene visto da tutti. Ma anziché ordinare di sparargli addosso, il tenente tedesco si mette d’accordo con i colleghi del campo avversario per rimuovere e seppellire tutti i caduti che ingombrano lo spazio tra le trincee. Anche in questo caso, i soldati si danno una mano, senza badare all’uniforme che indossano: un piper accompagna questo improvvisato servizio funebre suonando ‘The Braes of Killiecrankie’.

A Santo Stefano accade una cosa piuttosto divertente (divertente e buffa, per come viene raccontata). I tedeschi vengono avvertiti di un imminente bombardamento contro le trincee nemiche, così il tenente fa mettere gli scozzesi e i francesi al riparo nelle sue trincee. Ma il suo collega fa notare che essi subiranno la risposta dell’artiglieria alleata, così, in massa, si trasferiscono tutti nel campo avversario! Naturalmente, nessuno rimane ferito.

Quando i tedeschi ritornano verso la loro linea, vengono salutati sia con i vari ‘in bocca al lupo’ sia con le quattro cornamuse, che all’unisono eseguono ‘Auld Lang Syne’.

Ma ogni storia, si sa, prima o poi finisce. Dagli alti comandi, che hanno saputo cosa è successo, per gli uomini impegnati al fronte arrivano ordini che li separeranno e li porteranno in zone d’operazione diverse. Alcuni forse torneranno a vedersi a guerra conclusa, altri non faranno ritorno a casa.

Coloro che li rimpiazzeranno, però, sanno che il ‘diverso’ è ‘il nemico’, colui ‘che non pensa come noi, non agisce come noi’, e quindi è da sterminare, in una guerra esplicitamente intesa come una crociata a salvaguardia della civiltà. Nella quale (ed è questa la vera tragedia) ognuno è convinto di essere dalla parte della ragione, e di avere Dio al proprio fianco (come dimostrano in maniera impressionante le poesie patriottiche recitate dai tre bambini – francese, inglese e tedesco – all’inizio del film).

Il messaggio tramandato dagli eventi è diverso. Abbiamo già accennato al fatto che la musica ha potuto compiere un miracolo. E per noi il fatto che lo strumento di questo miracolo sia stata, oltre la voce umana, la cornamusa, è fonte di riflessione.

Poteva essere una tromba? Forse. Dei pifferi? Già è meno probabile. La cornamusa, con la sua capacità di passare da un genere ‘marziale’ come una marcia a uno decisamente ‘lirico’ come una slow air, dimostra una versatilità che altri strumenti impiegati nelle bande militari non hanno.

Basti sentire la sua prima comparsa, la notte di Natale: prima si suona ‘I’m Dreaming of Home’, subito dopo ci si diverte con il ‘Piobaireachd of Donald Dhu’ (in gaelico, come riportato nei titoli di coda, ‘Piobaireachd Dhomhnaill Dhuibh’). E quando i tedeschi provano a soffiarci dentro, si scopre che con una cornamusa si può anche giocare.

E poi, il saluto estremo ai compagni (ma anche ai cosiddetti nemici!) caduti in combattimento, con l’evocativo ‘The Braes of Killiecrankie’ (già campo di battaglia ricordato nel pibroch omonimo)… insomma, grazie alle loro caratteristiche le cornamuse innescano dei meccanismi e mettono in moto una storia.

Ma veniamo ad un altro aspetto, che ci allontana dalla vicenda narrata (a proposito, nel Natale del 1914 le truppe contrapposte in vari punti del fronte occidentale fraternizzarono davvero e diedero veramente luogo a una tregua) e ci porta dritti dritti alla realizzazione del film.

Parliamo, ovviamente, della realizzazione delle scene in cui la nostra GHB fa la sua comparsa. Le abbiamo citate praticamente tutte.

Nei titoli di coda scopriamo che gli attori che impersonavano i pipers sono pipers veri: si tratta di Griogair Lawrie, David Bruce, Ivan McDonald e Calum Anthony Beaton. Solo l’attore che interpreta il cappellano (il bravissimo Gary Lewis) recita anche quando deve suonare, e si vede: o meglio, noi ce ne accorgiamo, ma lui cerca di rendere comunque verosimili i movimenti e l’impostazione generale, compreso il soffio.

Se lui recita, chi è che suona realmente?

Roba da non crederci, è il nostro amico Bruno, Bruno Le Rouzic, il primo punto di riferimento del BIG sin dal 1987 e guida di quello sparuto gruppo di appassionati, e ancora oggi (dopo aver passato il testimone a Alberto Massi) attento ai progressi del piping italiano e animatore di diversi stage, primo tra tutti quelli di Pavone Canavese.

Nel film Bruno ha eseguito e registrato tutti gli interventi ‘esterni’ della cornamusa: ‘Stille Nacht’, ‘I’m Dreaming of Home’ sia quando viene accennata dal cappellano che nei titoli di coda, e (al tin whistle) ‘The Braes of Killiecrankie’, facendo da controcanto a Lawrie.

Notiamo due cose curiose.

La prima: quando Gary Lewis (o meglio, Bruno) si accinge a suonare, fa la prima cosa che ognuno di noi fa appena ha ‘messo in moto’ la sua cornamusa: la accorda. Solitamente la scena dell’accordatura non viene inserita in un film.

In questo caso, invece, il regista Christian Carion ha… dato carta bianca a Bruno (sebbene una volta sola), realizzando una breve scena in cui avviene un passaggio essenziale del suonare, ma ricreando anche il momento della reazione di sorpresa (ancorché infastidita) nei tedeschi che vogliono sentir cantare il loro tenore.

E a cui solo dopo seguirà quel momento magico in cui i soldati dimenticheranno di essere soldati (e di essersi sparati addosso fino al giorno prima) e fraternizzeranno tra loro.

La seconda è il tipo di cornamusa usata per eseguire ‘Stille Nacht’. Bruno si serve di uno strumento in la, cioè con un pitch più basso rispetto allo standard attuale. Nessun intento filologico: è vero, agli inizi del secolo il pitch era quello. Semplicemente, si vuole avvicinare il più possibile alla tonalità del brano cantato dal tedesco. Mentre, quando costui intona ‘Adeste Fideles’, le cornamuse, col pitch odierno, creano un accompagnamento armonico adatto a quella tonalità e di grande effetto ed emozione.

Resta da capire, però, come mai nelle due diverse inquadrature lo strumento sia lo stesso.

Dal punto di vista narrativo il film mostra qualche piccola ‘pecca’ di tipo sentimentalistico (a Natale siamo tutti più buoni…), riscattata comunque dalla scansione dei tempi, dalla recitazione e da una certa dose di ironia.

Dal punto di vista musicale, oltre alla collaborazione di due stelle della lirica come Rolando Villazon e Natalie Dessay, abbiamo la possibilità di ascoltare alcuni brani alla cornamusa, dei quali due sono tradizionali scozzesi (altri due sono natalizi e ‘I’m Dreaming of Home’ è una composizione di Philippe Rombi, autore della colonna sonora).

Dal punto di vista nostro personale… be’, c’è il grande piacere di ascoltare uno dei più grandi amici del BIG e uno dei principali pipers bretoni, scelto per coadiuvare l’accompagnamento musicale di questa storia, troppo spesso dimenticata dalla Storia (con la esse maiuscola).

Gianluigi Fanzone
Author: Gianluigi Fanzone

Nasco nel 1970 a Caltanissetta, frequento l'Istituto Magistrale della città e mi trasferisco a Palermo per lavoro. Studio la cornamusa da 13 anni, con alterni risultati.

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Informazioni su Gianluigi Fanzone

Nasco nel 1970 a Caltanissetta, frequento l'Istituto Magistrale della città e mi trasferisco a Palermo per lavoro. Studio la cornamusa da 13 anni, con alterni risultati.
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