PIPE BANDS of SCOTLAND

                                            

 

La verità è che siamo troppo viziati. La verità è che quando vediamo i nomi della Simon Fraser University, della 78th Fraser Highlanders, della St. Laurence O’ Toole, ci si annebbia la vista e cadiamo in estasi, se ci va bene, con un’espressione inebetita nel volto e un tremore interno che ci squassa.

(Per inciso, trattandosi di una recensione, sto parlando di quando vediamo questi nomi sulla copertina di un cd. Figuriamoci quando abbiamo l’opportunità di vederli dal vivo.)

Qual è il problema? Che accanto a questi grandi nomi, ce ne sono altri che un loro significato, spesso, ce l’hanno, ma che a volte circolano ai margini del mercato. Complice il titolo di molti cd singoli, ‘Pipes and Drums of Scotland’, che dice tutto senza dire niente.

La ARC Music è una casa discografica britannica che, come altre nel mondo, si occupa di musica a 360 gradi. Nello specifico nostro, il suo catalogo è ricco di produzioni le cui protagoniste sono pipe bands di diversa estrazione (costituite da militari in servizio, veterani in congedo, corpi di polizia ecc.). Bene, se dovessimo fare una distinzione tra le numerose proposte del mercato, dovremmo mettere in una categoria extra album come Terra Incognita, Live ‘n Well o i due volumi di On Home Ground, in una prima categoria questi di cui sto parlando, in una seconda quelli che (magari con arrangiamenti alla zum-pa-pa) vogliono offrire, in salsa commerciale, alcuni straclassici e brani di musica leggera, creati per tutt’altro tipo di uditorio.

Per fortuna, conosco pochi esempi di questo tipo.

Il neo di questa classificazione è che questi dischi si pongono ad un livello intermedio che non vuol dire assolutamente ‘prodotto di scarso valore’, ma che a noi (abituati male, come dicevo all’inizio) genera un poco di diffidenza. E non è sempre un bene. Perché, per esempio, alcune delle pipe bands rappresentate sono di grado 2 e hanno gareggiato a numerose competizioni compresi i Worlds, raggiungendo risultati dignitosi nella propria categoria. Oppure perché, nel loro piccolo, cercano di uscire fuori da una certa visione stereotipata proponendo brani di compositori moderni, tra cui i nostri amici Bruce Gandy, Michael Grey e Allan McDonald.

Ma non sempre, ahimè, ci riescono.

                                         

 

Ho per le mani il cd della Pride of Murray Pipe Band, l’ultimo dei sei che ho comprato. Guardo la track list e vedo diversi straclassici di cui ho già parlato (giusto per citarne alcuni, Wings, Marie’s Wedding, Rowan Tree tra le 4/4; Green Hills e When the Battle Is Over tra le 3/4; le airs Flower of Scotland, Highland Cathedral e Skye Boat Song; e le 6/8 Cock o’ the North, Farewell to the Creeks, Leaving Port Askaig), e mi interessa avere una versione dei brani che suono anch’io (suono… oddio, che parola grossa…); ma quando ascolto, la band non è omogenea, e qualche piper, di tanto in tanto, sbaglia pure. Poi mi accorgo che questi brani sono presenti in altri due cd della stessa serie.

Lo vogliamo chiamare pacco? Non esageriamo: in una serie di incisioni meno attenta alle sperimentazioni artistiche di altre bands e di altre case discografiche (Greentrax prima tra tutte), è pressoché fisiologico trovare qualcosa di artisticamente (e tecnicamente) meno valido.


                                          

 

Gli altri cd, infatti, sono ben più vitali nell’esecuzione, meglio curati nel suono; le compagni sono meglio assortite, e in un caso (The Police Pipe Bands of Scotland) si può fare un confronto tra cinque gruppi (Tayside, Grampian, Strathclyde, Lothian & Borders, Dumfries & Galloway Constabulary), ognuno con una sua fisionomia ben identificabile.

Per dire, la Strathclyde Police è stata vincitrice dei Worlds nel 1976, 1979, ininterrottamente dal 1981 al 1986 e poi di nuovo dal 1988 al 1991.

Poi, sbucano fuori le Scots Guards con Spirit of the Highlands, e ti si apre il cuore ancora di più. Un po’ perché il set di apertura è preso con disinvoltura e piglio sicuro (e va avanti così fino all’ultima nota dell’ultimo brano dell’ultimo set), un po’ perché… beh, le Scots Guards sono sempre le Scots Guards.


                                           

 

Il reggimento di appartenenza è stato istituito nel 1642 da Archibald, primo Marchese di Argyll, per volere di re Carlo I. Le prime notizie certe di pipers al suo interno risalgono al 1670, quando in un documento si fa cenno alla paga di un company piper. Nel 1853 viene nominato il primo Pipe Major, dando così origine alla struttura moderna della pipe band reggimentale. Oggi, questa comprende sedici membri, tra pipers e drummers, utilizzati sia per mansioni cerimoniali che per il servizio attivo. Le aspettative nei loro confronti, sia in qualità di pipers che di militari, sono sempre alte, e non sono mai state tradite: far parte di questa pipe band è considerato un grande onore. All’epoca di questa incisione (2008), il P/M era Brian Donaldson, vincitore di due Gold Medals, Clasp, March-Strathspey-Reel a Oban, Inverness e Blair Atholl, Bratach Gorm a Londra e altro ancora. Scusate se è poco…

                             

       

Clan Sutherland e Beeston sono due bands dignitose, che fanno bene il loro lavoro anche se non sempre raggiungono vette di genialità; ma il guaio è sempre quello: siamo stati abituati male. Prodotti di questo genere sono comunque soddisfacenti per iniziare, ma possono anche andare bene per incrementare la nostra collezione, accanto ai ‘grandi album’. Tra l’altro, fino a poco tempo fa (purtroppo), il catalogo comprendeva anche cd dei Queen’s Own Highlanders e un’incisione dedicata agli Young Scottish Pipers, con personaggi del calibro di Chris Armstrong, Fred Morrison, Anna Murray, Rory Campbell e altri, alle Highland e alle Border Pipes.

Il repertorio di questi sei cd, e degli altri in catalogo, è abbastanza ampio (come genere, viene escluso solo il pibroch), ma se non si sta attenti si rischia la ripetizione. Scotland the Brave, per esempio, è presente in quattro album, la coppia Green Hills – Battle Is Over in tre (con l’aggiunta di Lochanside in due occasioni), e lo stesso per Sheepwife, Raigmore, Rowan Tree e Leaving Port Askaig; poi, Highland Cathedral, Amazing Grace, Wings, Bluebells of Scotland, Flower of Scotland, Farewell to the Creeks, Glendaruel Highlanders, Cabar Feidh, Lord Alexander Kennedy, Dr McInnes’ Fancy, Mac an Irish in due. Disseminati qua e là, brani, ben consolidati nei repertori, che noi conosciamo bene e che, magari, almeno una volta nella vita abbiamo pensato di voler eseguire: Glasgow City Police Pipers, Mason’s Apron, Maggie Cameron, Arniston Castle, Pretty Marion, Duncan Johnstone, Susan McLeod.

Chiedo scusa se vi ho annoiati con questo lungo elenco, ma era per evidenziare il carattere, per certi versi più ‘popolare’, delle scelte musicali. La cosa, comunque, in sé non è un male: avere due o tre di questi cd, e ascoltarli di tanto in tanto, non ci farà sentire in colpa, anche quando dovremmo metterli accanto a un capolavoro come The Ladies From Hell.

Eccovi delle notizie su alcune bands presenti nella serie:

Beeston & District: fondata nel 1965, ottiene il passaggio al Grade 3 nel 1970 e al Grade 2 cinque anni dopo; nel 1974 vince lo Scottish e il Cowal Championship. Nel 2006 vince il titolo di Champion of Champions in entrambe le categorie Piping e Drumming.

Clan Sutherland: nasce nel 1988 e attira numerosi pipers provenienti dal sud dell’Inghilterra. Nella sua breve vita (viene sciolta nel 1999) colleziona, tra gli altri, il titolo di Champion of Champions della RSPBA, Grade 2. Nelle sue fila ha partecipato Chris Apps, che ha dotato la band delle proprie ance.

Grampian Police: con il nome di Aberdeen City Police Pipe Band, nasce nel 1907 e assume la denominazione attuale nel 1975, in seguito alla riorganizzazione dei due corpi, Aberdeen e Scottish North Eastern Counties Constabulary. La band viene invitata al novantesimo compleanno della Regina Madre nella sua residenza privata, nel 1991. Nello stesso anno vince il primo premio ai Worlds e viene promossa al Grade 2; per i tre anni successivi vince agli Scottish, British, European e Cowal Championships e approda al Grade 1 nel 1995; verrà retrocessa al 2 solo dieci anni dopo.

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DAL 1982 AD OGGI

La guerra del 1982 con l’Argentina per il possesso delle isole Falkland vide impegnata una piccola forza di spedizione anfibia che comprendeva uomini scelti provenienti da diverse unità. Tra questi vi erano uomini delle Scots Guards e, ancora una volta, i soldati scozzesi andarono in guerra con i propri strumenti tradizionali.

La guerra delle Falkland arrestò sul nascere tutti i progetti di riduzione delle forze armate che il governo conservatore del premier Margaret Tatcher stava valutando. Dopo  numerose operazioni di privatizzazione in altri settori per ridurre il deficit pubblico, l’attenzione del governo si stava spostando sull’esercito per ridimensionarne la struttura ed operare così altri tagli alle spesa pubblica.

Il successo folgorante riportato nel remotissimo teatro delle Falkland causò un rinnovato interesse ed affetto per l’esercito da parte della popolazione, e così salvò l’esercito britannico da un drastico ridimensionamento, che sembrava ormai inevitabile.

Dopo le Falkland l’esercito britannico è stato impegnato in numerose operazioni di pacificazione, come in Kossovo, e  nei due conflitti in Irak, nel 1991 e nel 2003-2004.

E’ stato proprio in Irak che i piper hanno di nuovo fatto sentire il suono della cornamusa in azione. Nel 1991 il carro armato dei piper degli Scots Grey attraversò il deserto del Kuwait diretto al confine Irakeno con un piper che suonava sulla torretta, e nel 2004 il Pipe Major Scott Taylor ha suonato ponendosi alla testa di una colonna di corazzati del proprio reggimento che stava per entrare nella zona “calda” di Fallujha.

L’iniziativa di Taylor rappresenta un’azione di grande impatto in uno scenario di conflitto del terzo millennio, sopratutto in considerazione che è avvenuto in aperta violazione dei regolamenti militari. Probabilmente Taylor intendeva compiere un gesto di grande impatto mediatico, ed in questo è stato certamente sostenuto e coperto dai propri superiori

Questi ultimi impieghi operativi, infatti, non hanno comportato per l’Esercito Britannico una grossa ricaduta positiva in termini di pubblicità e di popolarità come era avvenuto per la campagna delle Falkland. 

Così il governo del primo ministro Tony Blair sta portando avanti un programma di drastico ridimensionamento delle forze armate, nell’ambito del quale i reggimenti scozzesi verrebbero pesantemente colpiti. Il progetto prevede infatti l’unione di tutti i reggimenti Scozzesi di fanteria esistenti, Lowland e Highland, che darebbero vita a una super-unità Scozzese indifferenziata.

Questo porterebbe di fatto alla disintegrazione delle tradizioni secolari di ciascun reggimento. Per quanto riguarda le pipe band reggimentali, i progetti del gabinetto Blair sono confusi e contraddittori.

Finora sono state prospettate le soluzioni più varie, dalla formazione di un’unica grande pipe band  alla salvaguardia delle singole pipe band, con tutte le soluzioni intermedie possibili e immaginabili.  Qualora questo progetto di ridimensionamento dovesse essere portato a compimento, il rischio di un colpo di grazia  per l’intera scena del piping nell’ambito dell’Esercito Britannico appare quanto mai concreto.

In attesa  di conoscere la propria sorte, i piper continuano a svolgere il proprio servizio come sempre.

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l’ANCIA DEL CHANTER – 1

Desidero ringraziare il nostro caro amico Rory Grossart e la MG Reeds per averci messo a disposizione i testi e le immagini contenuti in quest’articolo e in quelli che seguiranno aventi ad oggetto l’ancia del chanter e quelle dei bordoni.

I say a huge thank you to our dear friend Rory Grossart and to MG Reeds for all the contents of this feature, and of the following ones, concerning the pipe chanter reed and the drones reeds.


(Rory Grossart)

Chanter Reed : Criteri di scelta e Manipolazione

Step 1 : la scelta dell’ancia

Al momento della scelta dell’ancia è preferibile optare per un’ancia che sia un pò più dura rispetto la vostro ordinario livello di confort; un’ancia nuova tenderà ad indebolirsi leggermente non appena che sia stata utilizzata ed abbia assorbito un minimo d’umidità.

Step 2 : la preparazione dell’ancia

Ogni ancia realizzata in canna richiede l’assorbimento di una qualche quantità di umidità prima di dare il meglio di sé.

Senza l’assorbimento della giusta dose d’umidità le note della mano alta tenderanno ad essere leggermente più alte e il suono ad essere “sottile”.

L’assorbimento del giusto livello di umidità incrementerà la risposta dell’ancia e faciliterà il bilanciamento delle note prodotte dalla mano alta.

Al fine di far assorbire all’ancia un minimo di umidità prima di procedere al “setting up” del chanter, è preferibile che, prima d’ogni cosa, per circa 5 minuti ci si limiti semplicemente a soffiare attraverso l’ancia dalla parte aperta dello “staple” (tubicino di rame), questa semplice operazione sarà sufficiente a reidratare l’ancia e a prepararla in modo conveniente per procedere al “set up” iniziale.

Step 3 : l’inserimento dell’ancia nel chanter

Inserire l’ancia nell’apposito “seat” del chanter assicurandocisi che l’ancia sia inserita nella sua sede in modo fermo e non risulti “ballerina”. A seconda della manifattura del chanter potrebbe essere necessario aggiungere o rimuovere un certo quantitativo di filo sulla/dalla parte terminale dello “staple”.

Quando si effettua quest’operazione sia abbia cura che il capo terminale del filo non finisca all’interno dello “staple” e che la parte terminale di esso sia coperta dal filo al fine di evitare il contatto diretto tra il tubicino di rame e le pareti del “seat” del chanter.

Step 4 : il bilanciamento dell’ancia

Una volta inserita per bene l’ancia nel suo alloggiamento, sofiate a bocca il chanter al fine di verificare l corretto bilanciamento tra le note Low  A e High A, l’ancia dovrà essere infilata più a fondo nel chanter per alzare il pitch o dovrà essere leggermente estratta dal seat per abbassare il pitch.


IMPORTANTE :
QUANDO SI EFFETTUANO QUESTE OPERAZIONI  NON BISOGNA AFFERRARE MAI L’ANCIA PER LE “LAME” TERMINALI. TUTTE LE OPERAZIONI DEVONO ESSERE EFFETTUATE AFFERRANDO L’ANCIA ESCLUSIVAMENTE PER LO “STAPLE”.

Per ogni tipo d’ancia è bene tener conto che innalzare il pitch inserendo più a fondo l’ancia nel chanter comporterà che le note della mano alta tenderanno ad “alzarsi” in misura molto più sensibile rispetto a quelle della mano bassa mentre, tirando fuori l’ancia dal chanter comporterà l’effetto contrario : le note della mano bassa tenderanno ad “abbassarsi” in misura molto più sensibile rispetto a quella della mano alta.

Step 5 : manipolazione “delicata” per ottenere una scala corretta

Una volta ottenuto il corretto bilanciamento delle due note di riferimento (Low A e High A) ed ottenuto il pitch corretto, a questo punto è raccomandabile procedere solo ad altri pochi e delicati interventi di manipolazione al fine di ottenere una scala corretta.

Non è raro per un’ancia nuova avere inizialmente alcune note legermente più basse del dovuto. In particolare ciò accade con le note C e F, a volte la nota F presenta anche  un leggero “double tone”. Tale situazione è determinata dall’allargamento dell’apertura delle labbra dell’ancia dovuta alla disidratazione dell’ancia e tenderà a sparire non appena l’ancia sia stata “soffiata” per un po’ ed abbia assorbito la sufficiente quantità di umidità.

Una leggera “schiacciatina” dell’ancia in corrispondenza del “sound box”, appena al di sopra dello “staple” provocherà l’innalzamento del pitch di queste note e porrà rimedio ad ogni problema di “double tone” della nota F.

Bisognerà comunque tenere bene a mente che l’operazione appena descritta comporterà anche l’innalzamento del pitch di tutte le altre note. Ogni nota che dovesse, di conseguenza, risultare troppo alta dovrà essere ricondotta al giusto pitch mediante l’applicazione di un po’ di nastro adesivo in corrispondenza della parte superiore del foro posto al di sotto della nota suonata.

Step 6 : il rodaggio dell’ancia

Durante la successiva settimana o due (ciò dipenderà dalla frequenza con cui si suona) l’ancia dovrebbe essere suonata per effettuarne il “rodaggio”. In considerazione del fatto che avremo avuto cura di selezionare un’ancia leggermente più dura della nostra soglia di confort e a causa della reidratazione della canna, potremo accorgerci che l’ancia tende ad essere leggermente più dura e ad avere un pitch leggermente più basso. Ciò è del tutto normale!

Per ricondurre l’ancia all’interno della “zona di confort” si potrà applicare una leggera pressione (è sufficiente che le labbra dell’ancia si incontrino) appena al di sopra del “sound box” e mantenere la posizione per circa 30 secondi.

La situazione descritta si presenterà più frequentemente nel corso dei primi giorni di utilizzo dell’ancia.

Step 7 ulteriori manipolazione … se proprio necessario!

Una volta che l’ancia è stata rodata potrà, in qualche caso, rendersi necessario qualche ulteriore intervento di manipolazione.

Fate attenzione: non cercate di “rendere migliore” un’anca che già è buona !

A questo punto l’ancia dovrebbe già risultare assolutamente confortevole da suonare, avere una buona risposta ed essere ben bilanciata; le note dovrebbero essere tutte giusta a seguito dell’applicazione del nastro adesivo e, quindi, tutto dovrebbe essere lasciato così com’è.

Non ci sono segreti nella manipolazione dell’ancia del chanter è però importante avere ben presente che ogni intervento comporta effetti multipli.

Una parola d’avvertimento : a questo punto è molto facile “distruggere” l’ancia per cui abbiate cura di aver maturato la giusta esperienza prima di affrontare le prossime e pericolose operazioni!

Ma queste operazioni le esamineremo in un prossimo articolo.

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Dal 1945 al 1982

La seconda metà del ‘900 è segnata in maniera profonda dalla guerra fredda tra le forze del Patto Atlantico e quelle del Patto di Varsavia.

Mentre il mondo tratteneva il fiato sotto la minaccia atomica, la Gran Bretagna viveva una trasformazione  memorabile che la portò nel volgere di pochi anni  dalla fine della Guerra a perdere tutte le proprie colonie che, ad una ad una, ottenevano l’indipendenza, a volte a costo di grandi scontri  politici e stravolgimenti sociali.

I reggimenti scozzesi furono impegnati  in ogni angolo del pianeta , sia in missioni militari sotto l’egida della NATO come in Corea o in Kenia , sia  nelle varie ex-colonie che man mano si staccavano dal governo di Londra, spesso per garantire che la delicata fase di transizione non si risolvesse in conflitti interni.

Parallelamente agli impegni in armi, le bande reggimentali erano richiestissime in tutto il mondo per esibirsi di fonte al pubblico internazionale.

Una delle conseguenze della Seconda Guerra Mondiale, infatti , fu la presenza per periodi più o meno prolungata dei reggimenti scozzesi in tutti i paesi  in cui   furono impegnati in combattimento.

In questo modo il suono delle cornamuse arrivò in paesi come l’Italia, la Germania, il Nord Africa, il Medio Oriente, associato ai momenti della gioia e della liberazione.

L’effetto fu potentissimo, amplificato dai mezzi di comunicazione cinegiornalistici che crearono una vera e propria icona di un’epoca  nel riproporre le sequenze delle truppe scozzesi che fanno il proprio ingresso al suono delle bande reggimentali nelle varie città liberate,  tra due ali di folla in delirio.

Questo incremento di notorietà rese i reggimenti scozzesi con le proprie pipe band una potente macchina pubblicitaria e propagandistica  autoalimentata, di grande valore sopratutto negli anni della guerra fredda. Il numero di turnèe, dischi , incisioni, concerti, competizioni aumentò vertiginosamente.

Nel 1972 due antichi e gloriosi reggimenti di cavalleria, gli  Scots Dragoons e i 3rd Carabiniers, vennero fusi in unico reggimento, oggi noto come Royal Scots Dragoon Guards o con il soprannome di sempre: “Scots Greys”. La banda dei Carabiniers e la pipe band  degli Scots Greys studiarono per l’occasione un arrangiamento particolare di “Amazing Grace” che non solo fu eseguita in maniera impeccabile durante la cerimonia, ma fu incisa su disco a 45 giri e distribuita in molti paesi.

Il disco ebbe un succeso incredibile, conquistando il primo posto nelle classifiche britanniche, il quinto in quelle statunitensi e piazzandosi al primo posto nelle classifiche di molti altri paesi del Commonwealth, come Australia, Canada e Nuova Zelanda.

Il reggimento si guadagnò meritatamente un disco d’oro, che oggi è esposto nel museo reggimentale, nel castello di Edinburgo, accanto ai trofei più marziali conquistati a Waterloo, nelle Fiandre  e in Normandia.

Se si considera che l’anno di formazione della prima associazione per pipe band negli Stati Uniti sembra essere il 1964, un anno dopo  una famosa turnèe dei pipes and drums del Black Watch negli USA, si comprende come l’attività delle bande reggimentali sia stata cruciale in questo periodo per diffondere la conoscenza e la passione per questo strumento.

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LA SCELTA DELLA SACCA

Probabilmente l’errore più comune commesso dai piper è di scegliere sacche troppo grandi per loro.


Gli elementi che determinano la scelta delle dimensioni della sacca sono: la lunghezza complessiva del braccio, la forma del torace e la tecnica del soffio.

Se riscontri di avere qualche difficoltà ad impugnare in modo confortevole il chanter o di avvertire una considerevole pressione da parte della sacca verso la parte interna del braccio, probabilmente la sacca che usi è troppo grande per le tue caratteristiche fisiche.

Nel corso degli anni un considerevole numero di pipe band hanno scelto sacche di piccolo dimensione a prescindere dalla taglia dei singoli piper.

Adottare sacche di piccole dimensioni significa meno aria, meno aria significa ottenere dei cut off più semplici. E’ pur vero però che le dimensioni della sacca possono influire sulla qualità tonale della cornamusa, cosa questa che può essere di grande importanza per il piper.

Alcuni piper affermano che una sacca di grandi dimensioni assicura una migliore risonanza ed una maggiore qualità di suono; altri sostengono che con una sacca larga la frequenza del soffio si riduce in modo considerevole.


Il metodo migliore per determinare quali siano le dimensioni ideali della TUA sacca consiste semplicemente nel provarne alcune di diverse dimensioni.

Al di fuori di ciò, è sempre utile chiedere consiglio al proprio insegnante, pipe major o rivenditore di fiducia,

A prescindere dalle dimensioni e dalla forma della sacca, esistono altri argomenti che dovrebbero influenzare la tua scelta al momento dell’acquisto.
Ovviamente uno di questi argomenti è il budget di spesa che ti sei assegnato.


Un altro punto molto importante riguarda il problema della produzione di condensa (sei un soffiatore “umido”? Le tue sessioni di studio sono molto lunghe? Suoni tutti  i giorni e/o più volte al giorno?).

Se la condensa costituisce per te un problema, allora una sacca di pelle di pecora o una sacca sintetica di ottima qualità dotata di zip (ed eventualmente di un water trap o di un sistema di controllo della condensa) possono essere una valida soluzione.

                          

In caso contrario, è preferibile orientarsi verso una sacca sintetica, possibilmente dotata di zip.

        

La comodità della zip è del tutto evidente e, ormai, non vi sono più controindicazioni. Le sacche sintetiche attualmente in produzione possono essere considerate di seconda, se non terza, generazione e, a parte qualche raro difetto nel materiale o nella manifattura, sono tutte a tenuta perfetta e resistenti e, comunque, sono assistite da generose condizioni di garanzia che offrono al piper la sostituzione della sacca difettosa.

E’ capitato di recente che una sacca sintetica in dotazione ad una cornamusa acquistata presso il nostro API-SHOP abbia mostrato preoccupanti segni di cedimento in corrispondenza del collarino siliconico che trattiene uno degli stock.

Ebbene il produttore, nel giro di meno di due settimane dalla veriica del problema, non solo ha provveduto alla sostituzione della sacca ma, a titolo di “scuse”, ha fornito una sacca con zip in luogo di quella senza zip in precedenza offerta in dotazione.

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WINTER STORM 2012 – Kansas City

The Winner of the Gold Medal

Prologo

Lo scorso 13, 14 e 15 gennaio si è tenuto a Kansas City, il meeting internazionale “Winter Storm” al quale hanno avuto l’onore di partecipare ben tre Italiani.

Questi “fortunati” sono stati: il Maestro Piero Ricci e la sua zampogna, il Presidente dell’Associazione Piper Italiani Avv. Duilio Vigliotti ed uno studente Italiano di Great Highland Bagpipe, Mosè Giaretta, gli ultimi due in attuazione del programma di scholarship in essere tra l’API e il Midwest Highland Arts Found di Kansas City..

(tutte le foto sono nella “gallery”) 

Dal diario di Mosè…

Il mio viaggio ha avuto inizio la mattina dell’undici gennaio con il volo delle 6.30 che da Venezia mi avrebbe portato all’aeroporto di Roma-Fiumicino, dove al Terminal 5 (terminal dal quale partono i voli per gli USA) alle ore 8.30 avevo appuntamento con il presidente.

Fortuna ha voluto che raggiungere questo terminal sia stato più facile dell’odissea dipinta nei siti Internet e ben presto sono arrivato al mio appuntamento.

Il presidente e il maestro Ricci mi aspettavano già e, dopo le presentazioni di rito, ci siamo avviati al banco della US Airways per il check-in e i controlli di rito prima del volo.

Il primo scalo in terra statunitense previsto in itinerario era la città di Philadelphia che avremmo raggiunto dopo ben dieci ore di aereo!

Durante il viaggio, seduto accanto al finestrin,o ammiravo il paesaggio: la Corsica e la Sardegna, la Spagna ed infine l’oceano. Dopo il pranzo servito dalle hostess, una dormita e poi una lunga chiacchierate con il maestro Ricci sulla zampogna.

Il maestro mi racconta di come sia difficile gestire tre chanter mentre si esegue un brano e di come, da appassionato e artigiano, costruisca personalmente le zampogne per sé e per pochi altri musicisti:

“sono riuscito a migliorare lo strumento aggiungendo fori e chiavi per incrementarne il numero di note, in questo modo ho permesso ad uno strumento povero di ampliare leggermente il suo repertorio… ma non voglio eccedere e stravolgerlo” mi spiega .

“Sai…” mi dice ancora, “suono molti altri strumenti ma l’originalità di questo strumento mi ha dato l’occasione di suonare alla Scala di Milano con il maestro Riccardo Muti…”

il tempo passa mentre ascolto rapito ed estasiato tutti questi racconti.

Dopo una traversata che sembrava interminabile, finalmente scorgo dal finestrino delle isolette: Terraaaa!!!

Atterrati a Philadelphia ci aspettava il controllo immigrazione dove, uno alla volta, ci hanno preso le impronte digitali, scattato foto e rivolto domande da interrogatorio di 3° grado, del tipo: “cosa sei venuto a fare qui? quanto resti? In quale albergo alloggi? quando riparti? hai la carta di credito? quanti soldi hai con te? E secondo te ti bastano se accade un emergenza??? Un Italiano che suona la cornamusa scozzese??? proprio strano…”

Tutte domande alle quali avresti avuto voglia di rispondere con un bel: “Ma a te che ca…spita te ne frega?”.

Terzo Aereo (per Kansas City questa volta) terza storia, i controlli si ripetono, al check-in troviamo Alex Gandy, lo salutiamo e via con altre due ore e mezza di volo.

All’aeroporto di Kansas City c’è un’autovettura a noi riservata che ci attende. Un secco nevischio si abbatte sulle strade… è una neve strana però che non attacca e fa giochi e vortici con il vento e, soprattutto, fa slittare le macchine in strada!

Tuttavia il simpatico conducente sembra essere collaudato per queste situazioni e con un paio di controsterzate (in più occasioni) risolve le cose.

Stremati arriviamo all’Hotel, facciamo il check-in (anche qui indispensabile la carta di credito) e poco dopo veniamo accolti da un solare Finlay Mac Donald (già all’ennesimo “brindisino” n.d.president!) che si stava ristorando al bar dell’hotel.

Nonostante la stanchezza decidiamo di fermarci a chiacchierare con lui ed è l’occasione per conoscere Mark Stanfield, uno degli organizzatori.

Tra una risata e qualche birra si chiacchiera già come tra vecchi amic; con il mio inglese un po’ arrugginito riesco abbastanza a capire e a farmi capire. Poi, proprio prima di congedarci per andare a letto, mi viene rivolto il primo “you’re welcome” di una lunga serie, che già da solo mi ripaga di tutte le stanchezze del viaggio.

Le camere a noi riservate sono principesche, letti da una piazza e mezza, comodissimi con ben cinque cuscini ciascuno, il sonno arriva in fretta…

Al mattino ci risvegliamo con una giornata un po’ uggiosa… al bagno scopro che i water sono riempiti di acqua fino a metà, e il bidè non esiste… mah… boh.

Per colazione ci aspetta un ricco buffet a base di salsicce, bacon ed eggs, l’organizzazione mi fornisce la mia “welcome-bag” del meeting dove trovo l’orario delle lezioni, una T-shirt dell’evento, un Cd, il VIP pass per accedere a qualsiasi evento, il biglietto per il concerto del sabato sera, l’etichetta con il mio nome… “Fantastico” penso.

Dato che il Winter Storm iniziava il giorno seguente, avremmo avuto un giorno libero, ma il vento troppo forte non ci consente di uscire, così i miei due compagni di viaggio decidono di fare qualche prova con la zampogna e la ciaramella per il concertoo del Sabato; io mi associo volentieri per ascoltarli.

Sulle prime l’ancia della ciaramella fa qualche capriccio dando qualche problema di intonazione, ma fortunatamente, dopo aver scaldato l’ancia e lo strumento, riusciamo a risolverlo.

Nel pomeriggio il vento finalmente cessa, ed è l’occasione per visitare la città. Io e Piero giriamo un po’ per i negozi… non c’è molto da vedere ma troviamo la famosa statua del porcellino!!! La foto è d’obbligo!

Il giorno seguente iniziano le varie competition, dopo la colazione “simpsoniana” ci fiondiamo ad ascoltare la gara di piobaireachd per la “Silver Medal”!!!

Inizio a comprendere come funzionano le gare, prima d’allora non ne avevo mai viste dal vivo.

Ci sono tre giudici con un semaforo che, a quanto pare, funziona al contrari:  I piper arriva dopo essere stato annunciato e, poco dopo che inizia a sistemare lo strumento intonandolo, si accende la luce verde; finchè questa luce rimane accesa il piper può svolgere tranquillamente l’accordatura dei bordoni e provare qualche pezzo, (attenzione però, se inizia a suonare il pezzo della competition, la gara ha inizio); quando si accende la luce gialla significa che il piper deve ultimare al più presto questa operazione e quando, infine, si accende la luce rossa, è obbligato ad iniziare il pezzo della gara.

Uno dietro l’altro si succedono Craig Muirhead, Joshua Dickson, Jamie Troy, Colin Clansey e molti altri piper che competono per la Silver meda; decido di lasciarmi cullare dalle note dei vari Piobaireachd eseguiti.

A pranzo,io e Duilio ci spariamo un hamburger veloce e una coca (!), e poi via al secondo piano ad ascoltare la Ceol-Bag competition che, purtropp,o era già iniziata dal mattino, contemporaneamente alla Silver medal di piobaireachd. Tuttavia riusciamo ad ascoltare l’esibizione di Craig, a tifare per lui e ad ascoltare un Alex Gandy davvero ineccepibile.

Poi, finalmente, la Gold Medal per il piobaireachd!!! Solamente sei concorrenti!

Al tavolo della giuria: Roddy MacLeod, Willie McCallum ed il “former president” della Piobaireachd Society, Jack Taylor (il quale, per inciso, durante una successiva conversazione, ha confessato di ricordare ancora il discorso di ringraziamento di Alberto Massi all’Archie Kenneth Memorial Quaiche – discorso irrefrenabile e quasi più entusiasmante del brano suonato! n.d.president).

Si torna alla magia dei piobaireachd… dopo il primo concorrente, torna un volto che ormai anche a me è diventato familiare: Alex Gandy.

Alex presenta “My dearest on earth give me your kiss”… ed ecco che con la musicainizia a raccontare della storia di questo bacio… il ground, la prima variazione, poi la seconda la terza, la quarta, i Torluath, i Crunluath… torna il ground e ci si risveglia da un sogno. “Davvero Bravo”

E’ il turno di Alastair Lee che, purtroppo, a metà piobaireachd decide di interrompere la performance, può succedere… nel frattempo si avvicina Joe Todero un californiano di origini italiane che nelle pause fra un piper ed un altro chiacchiera con noi.

Altri piper si esibiscono, tra questi Andrew Lee, il figlio di Jack Lee.

La sera è il momento delle premiazioni, ed a vincere la Gold Medal è proprio Alex Gandy!!!

Finlay e Craig, insieme ad altri due giovani musicisti del Royal Conservatoire of Scotland, si cimentano in un concerto di musica folk davvero esilarante creando un’atmosfera unica.

Dopo il concerto, la cena, ancora una volta, è a base di hamburger, ma la compagnia è ottima!

Scambio due chiacchiere con Finlay (che non vede l’ora di tornare in Italia per la Spring School) e con Craig, un ragazzo davvero simpatico… riesco a strappargli una mezza promessa di venire (tornare) alla Spring School!!!

Il giorno dopo parte all’insegna delle lezioni, io e Duilio optiamo per lar lezione sulle marce in 6/8 tenuta da Roddy MacLeod, siamo in tanti ed un po’ strettini nella saletta ma, pur di far lezione con Roddy, ci si infilerebbe anche in una scatoletta di sardine.

Abbiamo la possibilità di far lezione anche con Stuart Liddell sul “Kitchen Piping”, purtroppo non riesco a comprendere perfettamente tutto… i discorsi sono un po’ complicati per un piper del mio livello… ma almeno ho iniziato un’esplorazione dell’argomento.

Più volte Stuart porta ad esempio il modo di suonare la zampogna di Piero il quale, in un angolo dell’aula ascolta giustamente compiaciuto.

Nel pomeriggio Piero e Duilio decidono di provare ancora per il concerto della sera, io invece vado a lezione sulle “slow air” da Willie; lì ritrovo Joe Todero.

Prima che la lezione inizi, Joe mi racconta tante cose su di lui… mi racconta di quando i suoi genitori sono emigrati in America, di quando è tornato nel suo paese per visitare la Sicilia, di quando suona con la sua banda in California e l’emozione che prova a suonare Amazing Grace quando percorre la navata di una chiesa ad un matrimonio…

Mentre Joe racconta penso a quanto sono fortunato… la passione per il piping non solo mi consente di arricchirmi musicalmente ma mi apre il cuore delle altre persone, mi sento felice.

Arriva il grande momento… il concerto!!!

Emozionati Io, Piero e Duilio ci dirigiamo a piedi dall’albergo verso il teatro; la sala è già piena.

Tra le prime file troviamo i posti a noi riservati e, sullo sfondo del palco, sorpresa delle sorprese, fra le bandiere di Scozia, Stati Uniti, Irlanda e Canada, proprio al centro della scenografia, troviamo la nostra bandiera: il Tricolore italiano!!!

Il concerto inizia… dalle scalinate della platea scende la City of Chicago Pipe Band, proprio vicino a dove siamo seduti noi passa la grancassa, il drummer la sfiora appena e ne esce un suono profondo e stupendo come mai avevo sentito prima; più tardi (dopo il concerto) il bass drummer, rispondendo ai complimenti di Duilio, dirà: “It was the sound of my heart”, resto senza parole.

Poi si esibiscono Roddy MacLeod, Willie McCallum e Stuart Liddel che, con la sua simpatia travolgente, da vita ad un siparietto divertente abbandonando improvvisamente la bagpipe ed uscendo di scena davanti ad un pubblico allibito per poi rientrare suonando lo snare drum!!!

Un giovane gruppo di drummers mi colpisce particolarmente per la coreografia del pezzo, la coordinazione e la bravura nel suonare insieme nonostante la giovane età.

Si esibiscono poi Alex Gandy, Colin Clansey e poi … arriva il turno di Piero e Duilio!!!

Dopo una lunga, dettagliata e calorosa presentazione da parte del “Captain” Ken Eller – maestro delle cerimonie – la zampogna di Piero avvolge tutti con il suo suono dolce e le “inaspettate” ed estese armonie; poi, accompagnata dalla ciaramella, intona musiche natalizie…

Con la telecamera riprendo tutto, un po’ in apprensione per quell’ancia capricciosa della ciaramella… “speriamo bene” mi dico.

Piero continua con il suo assolo… poi termina… abbraccia maternamente lo strumento e giù una valanga di applausi… il cuore mi si riempie di orgoglio per Piero, Duilio e per l’Italia.

Al termine del concerto i complimenti giungono da ogni parte, si ritorna all’hotel per la festa ed è il momento purtroppo dei saluti, il giorno dopo ci aspetta l’aereo di ritorno.

note finali: 

Mi scuso per la semplicità della forma con cui vi ho narrato le cronache del mio viaggio, ma volevo “portarvi con me” e rendervi partecipi degli attimi più significativi e suggestivi, un po’ come se lo aveste vissuto in prima persona anche voi.

Questo viaggio studio è stato ricco non solo dal punto di vista musicale ma anche dal punto di vista umano: mi ha dato la possibilità di instaurare rapporti di amicizia con chi condivide la mia stessa passione dall’altra parte del mondo. In poche parole è stata un’esperienza molto intensa, che auguro ad ogni piper di fare.

Voglio ringraziare l’Associazione Piper Italiani per il disinteressato lavoro di promozione della GHB che svolge, per la considerazione che s’è guadagnata in ambito internazionale – considerazione continuamente, pubblicamente ed affettuosamente manifestata da tutti – e per l’opportunità che ha offerto, e continuerà ad offrire, a studenti che, come me, non avrebbero mai avuto l’opportunità di vivere momenti così intensi ed entusiasmanti.

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THE WAKING OF THE BRIDEGROOM

                                              

                                    

Uno dei più apprezzati pipers della scena internazionale non è scozzese, bensì bretone. Patrick Molard, classe 1951, ha studiato con Robert U. Brown e Robert B. Nicol (i famosi ‘Bobs of Balmoral’, entrambi Queen’s Pipers) e grazie alla loro guida ha approfondito lo studio del pibroch. Nel frattempo, ha partecipato da protagonista al cosiddetto ‘revival celtico’ degli anni ’70 lavorando dapprima al fianco di Alan Stivell, poi di Dan Ar Braz (memorabili i loro duetti con cornamusa e chitarra elettrica) e di altri personaggi storici di quell’intenso fenomeno musicale, e vincendo per tre anni di seguito (1981, 1982 e 1983) il McAllan Trophy di Lorient.

Questo album, il secondo dedicato alla ‘musica classica’ delle Highlands, potrebbe essere definito (parafrasando il titolo di un articolo apparso su Piping Today, n. 36-2008) “tutto il piacere del pibroch”.

Patrick non ha tralasciato lo studio della ceol mor dopo la morte di Brown e Nicol, al contrario è andato approfondendolo ancora di più grazie alla collaborazione di Andrew Wright e Eric Freyssinet, altro piper bretone, primo non scozzese ad aver composto un pibroch selezionato per la Senior Competition della Piobaireachd Society nel 2008 (e, finora, unico piper vivente ad esserci riuscito). Insomma, uno che se ne intende. Eric gli ha fornito una copia del secondo volume del cosiddetto Campbell Canntaireachd, o Nether Lorn Manuscript, nel quale ha trovato una vera chicca: Fhailt na misk o Fàilte na misge, ossia Salute to Drunkenness. Già meriterebbe una menzione speciale solamente per il titolo (si può tradurre come ‘Inno all’ebbrezza’), ma il tune è interessante per altri due motivi: è uno dei pibroch più brevi in assoluto (urlar e singling/doubling variation) e soprattutto, con ogni probabilità, non è stato mai suonato da due secoli a questa parte.

Molard è arrivato a questa conclusione parlando con Andrew Wright e con Barnaby Brown, un altro che ne capisce di pibroch, e parecchio. Analizzando sia il manoscritto che le pubblicazioni successive, è risultato che il brano non è stato mai pubblicato ed è rimasto allo stato di canntaireachd, ed esiste solo in quella fonte manoscritta. Lavorando alla sua decifrazione, e senza la possibilità di confrontarlo con altri testi a stampa, il piper bretone ha fatto leva sulla propria esperienza per trovare un fraseggio e un tempo adeguati. Il risultato, come ha detto lo stesso Wright, era quello ‘giusto’.

Il problema si è posto con altri brani tratti dallo stesso manoscritto, nei quali si trovano cinque o sette battute laddove ce ne dovrebbero essere quattro. Molard sostiene, come già Barnaby Brown, che probabilmente in passato esisteva una gran varietà di ritmi che oggi è andata perduta.

Non è questo il caso degli altri sei brani incisi, alcuni famosi (Lament for the Only Son, attribuito a Patrick Mòr McCrimmon), altri del tutto sconosciuti, come quello sopra citato. In ognuno di essi Molard ha riversato il suo amore per il pibroch, nato dall’incontro con i ‘Bobs of Balmoral’; e lo stesso Wright nota come egli abbia conservato una purezza espressiva non rintracciabile in altri esecutori, impegnati ad adattare il proprio stile ai dettami delle competitions. L’intero disco, peraltro, è stato registrato da Patrick a casa sua, per il proprio piacere, e poi affidato alla Macmeanmna per la produzione.

L’approccio globale di Molard alla ceol mor si può definire didattico, non solo per l’esplorazione e la proposta di brani inusuali, ma per il tentativo di avvicinare quanta più gente possibile a questo genere, solo apparentemente ostico (per l’ascoltatore, naturalmente). Così, quando deve eseguire in pubblico The Unjust Incarceration (non contenuto nell’album), spiega il significato delle parti dell’urlar: la prima, l’arresto; la seconda, la protesta, la terza, la vendetta. Riuscendo a ‘leggere’ un pibroch in questo modo (e, soprattutto, avendo qualcuno che fornisce le giuste chiavi di lettura), il pubblico si cala nel contesto e viene coinvolto.

La stessa cosa succede con le note di copertina del cd. Sette brevi storie per le sette tracce che lo compongono. The Munro’s Salute, il primo pibroch sentito da Molard, composto dallo stesso autore di The Unjust Incarceration, Iain Dall McKay; Fhailt na misk di cui abbiamo già detto; Clan Ranald’s Salute, che Patrick ascoltò per la prima volta dalle mani di John McFadyen, esperienza che ricorda ancora oggi; A Prelude (by John McDonald of Inverness), primo brano del cd ad essere stato inciso, opera del maestro di Brown e Nicol; Lament for the Only Son, che Patrick imparò la prima volta da Bob Brown ma poi riscoprì, per così dire, nel setting del manoscritto di Donald McDonald del 1826 e utilizzò per l’incisione.

Ho detto sette storie per sette tracce, ma ne ho descritte solo cinque. Le altre due sono più interessanti. The Waking of the Bridegroom è più di un brano: è un vero e proprio rito, una cerimonia nuziale. Il titolo significa, letteralmente, ‘Il risveglio dello sposo’. Preceduti dal piper, amici e parenti accompagnavano gli sposini verso la loro nuova casa. A partire dal mattino dopo, il piper tornava e suonava girando attorno alla casa per svegliare la coppia e accompagnarla nel luogo dove si sarebbero tenuti i festeggiamenti – che restavano senza conseguenze fin quando duravano meno di una settimana. Così è scritto nel volume David Glen’s Ancient Piobaireachd Collection del 1880, che descrive questo rito già antico per quei tempi ma non si pronuncia riguardo le ‘conseguenze’: ognuno lo interpreti come meglio crede.

Sir Ewen Cameron of Lochiel’s Salute, in quanto a conseguenze, è da sceneggiatura hollywoodiana. Il personaggio in questione era un guerriero formidabile, vissuto tra il 1629 e il 1718 (parecchio, visto il tipo e l’epoca in cui visse). Una volta affrontò un ufficiale inglese, e lo finì mordendolo alla gola e strappandogliene un pezzo (“il boccone più dolce che abbia mai mangiato”, disse più tardi). Alcuni anni dopo Sir Ewen, trovandosi a Londra, entrò da un barbiere per farsi radere e darsi una sistemata ai capelli. Mentre il rasoio cominciava la sua opera, il barbiere gli chiese: ‘Venite dal nord?’ ‘Sì’, rispose Ewen. ‘Perché, conoscete qualcuno proveniente dal nord?’ ‘No, e mi auguro di non conoscerne: sono dei selvaggi. Non ci crederete, ma uno di loro staccò a morsi la gola a mio padre, e spero di avere la gola di quel tizio qui davanti, come la vostra adesso’. Ewen non disse niente, e da allora non mise più piede in una bottega di barbiere.

Torniamo, dopo questo edificante episodio, al nostro Patrick Molard e al suo lavoro. L’album aggiunge qualcosa di nuovo al già variegato mondo delle incisioni discografiche, grazie alla meritoria opera che Molard persegue anche durante i concerti. Ma oltre all’obiettivo di divulgare l’arte del pibroch anche attraverso brani inediti, c’è un altro aspetto che vale la pena di rilevare. In questo caso, gli orecchi più raffinati potranno cogliere il fatto che vengono usate tre cornamuse diverse. La prima è un set di David Glen (e per trentacinque anni Patrick era convinto che fosse un set di James Center – gli fu venduto come tale). La seconda è una McDougall. La terza è una replica di un set di Alexander Glen del 1847, in ebano e avorio. Di conseguenza, ha anche tre diversi chanter: un Hardie costruito appositamente per lui nel 1989, uno Strathmore fabbricato da Murray Henderson nel 2007 e un Botuha (fabbricazione bretone: Jorj Botuha è uno dei principali pipe makers operanti in Bretagna) del 2003. Ognuno di essi differisce per gli armonici, per cui la resa sonora di ogni cornamusa è diversa. In un caso, come spiega Molard stesso, accade un fenomeno strano. Quando imbraccia il set di Alexander Glen, dal suono dolce e potente, migliore dell’originale (che ha avuto modo di provare), per i primi dieci minuti va tutto bene. Poi, dopo un quarto d’ora, non sente più i bordoni tenori: Patrick riesce ad avvertire solo il basso. Eppure, tutti e tre suonano regolarmente. Osservandoli, si è accorto che i fori sono differenti: i Glen costruivano i bordoni tenori in maniera che avessero toni diversi ma complementari, per cui, a parità di pitch, la qualità del suono era diversa. Anche la scelta del legno era (ed è tuttora) importante, e determinante per la spiegazione del fenomeno. Oggi è molto diffuso l’African Blackwood, ma gli strumenti dei Glen e dei McDougall sono fatti con ebano e cocus wood, capaci di assorbire meglio l’umidità; nella produzione di Edimburgo, si trattava di una sorta di marchio di fabbrica. Nella realizzazione dell’album, una finezza che esalta le caratteristiche dei singoli brani, dando a ognuno di essi un colore diverso a seconda delle proprie caratteristiche.

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DAVID KIRKPATRICK – seconda parte

David Kirkpatrick(le fotografie di quest’articolo sono tratte dal libro “Il bracciale di sterline” di Matteo Incerti e Valentina Ruozi)

seconda parte

   Operazione “Tombola”

Gli agenti del SOE  operanti nella zona dell’appennino emiliano sovrastante Reggio Emilia in collaborazione con le locali formazioni partigiane avevano individuato la sede del comando del 51°  Gebirgkorpskommandatur (corpo d’armata di truppe da montagna) tedesco, ubicato ad Albinea in due ville signorili  poste ai due lati della strada  Albinea-Reggio Emilia in una tranquilla zona di campagna.

mappe operazione “Tombola”

Il comando costituiva un obiettivo strategico di primaria importanza in quanto  non solo il 51° Corpo teneva il tratto centrale della linea Gotica -da La Spezia fino a Bologna-  , ma  era anche in contatto diretto con Berlino, costituendo cioè un anello vitale nella catena di comando tedesca ai più alti livelli.

Per questo gli agenti del SOE ritennero che  un il successo di un attacco contro le ville ove si trovava il QG avrebbe potuto aprire  un varco nello schieramento  tedesco e la possibilità  per le  truppa alleate  di entrare  nella  pianura padana incontrando una minore resistenza.  

Per questo motivo Michael Lees,  capitano del SOE,  venne paracadutato nell’appennino reggiano il  2 gennaio 1945 per organizzare  l’operazione “Tombola” , l’attacco contro Villa Calvi e Villa Rossi dove aveva sede il QG  del 51° Corpo tedesco.

villa Calvi nel 1944

villa Calvi oggi

villa Rossi nel 1944

villa Rossi oggi

Per la materiale esecuzione, Lees  scelse  la formazione partigiana “Gufo Nero”  (una formazione senza particolari connotazioni politiche) e il  battaglione russo – una particolare unità formata da soldati sovietici catturati sul fronte orientale, arruolati a forza nella Wermacht, inviati sul fronte occidentale dove, alla prima occasione utile, avevano disertato per combattere di nuovo i Tedeschi.

I preparativi procedettero  e l’operazione  venne  programmata per  la fine del marzo 1945

Pochi giorni prima dell’attacco vennero  paracadutati  in zona diversi soldati dei reparti speciali SAS (Special Air Service). Con essi, arrivò anche il maggiore del SAS Roy A. Farran che avrebbe dovuto rimanere al quartier generale alleato  in Toscana ma che ‘purtroppo’  scivolò , con un paracadute sulla schiena , fuori dal portellone dell’apparecchio che il 4 marzo stava  sorvolando l’appennino per lanciare uomini e rifornimenti.

Maggiore Rory A. Farran (al centro)
C.O. operazione “Tombola”


Farran , assunto il comando come più alto in grado,  mise  a fuoco il piano d’attacco e  inviò  ai suoi superiori una richiesta per un piper da impiegare in azione. Il 24 marzo  venne  paracadutato David Kirkpatrick che venne subito  impiegato da Farran  presso il suo comando sui monti dell’Appennino per suonare quanto più possibile, giorno e notte, per lanciare da subito e quanto più chiaramente possibile segnali di presenza di truppe britanniche in zona.

Nella notte tra il 26 e il 27 di marzo finalmente ebbe luogo l’attacco al comando tedesco.  Una colonna di circa cento uomini, venti dei quali soldati del SAS, scesero dalla loro base sul monte Cusna verso valle fino ad arrivare nei pressi di villa Rossi e villa Calvi. Alle 2.00  l’attacco ebbe inizio, con le forze tedesche prese di sorpresa e battute dal fuoco intensissimo che SAS e partigiani disposti  tutt’attorno alle ville indirizzavano contro porte e finestre degli edifici. La fase successiva dell’attacco vide gli uomini della colonna di Farran impiegati in un corpo a corpo all’interno delle ville, stanza per stanza, con i superstiti  del tiro che aveva inizialmente investito gli edifici. Infine, furono appiccate le fiamme e alle 02.35 i partigiani si ritirarono. Kirkpatrick si era piazzatto nei pressi di un albero secolare a meno di dieci metri da Villa Calvi e , non appena erano iniziati a risuonare i primi colpi, aveva iniziato a suonare. Farran gli aveva  ordinato  specificamente di suonare senza mai fermarsi fino al termine dell’attacco, e  Kirkpatrick stava scruplosamente eseguendo gli ordini quando una pallottola vagante gli spaccò uno degli stock, impedendogli così di continuare a suonare.  Solo allora David si mise al riparo del tronco dell’albero presso cui si trovava, rimanendovi fino al momento della ritirata.

il tronco d’albero dietro al quale David si riparò

Il bilancio dell’azione fu particolarmente pesante  per i Tedeschi: la struttura del QG era stata resa inutilizzabile e vi erano stati 60 caduti, tra morti e feriti. Anche gli attaccanti avevano subito delle perdite, tutte tra i soldati britannici; tre  morti  e due feriti , tra cui lo stesso Lees.

    Le conseguenze

Già nelle primissime ore del 27 marzo il comandante del 51° corpo, il generale Friedrich-Wilhelm Hauck, aveva realizzato che l’azione appena conclusasi era stata molto ben organizzata e perfettamente eseguita. L’attacco era giunto stato improvviso  quanto inaspettato, i danni alle strutture della sala radio telegrafica e, in generale, al comando stesso irreparabili e le perdite considerevoli.  La presenza, sul campo, di tre cadaveri di soldati britannici era un indizio che l’azione era stata eseguita da truppe alleate, anche se Hauck sapeva che da tempo truppe speciali si erano infiltrate e operavano con  i partigiani, ma quello che fece definitivamente convincere Hauck che l’attacco fosse stato eseguito da truppe regolari britanniche era la testimonianza unanime di tutti i sopravvissuti: durante il combattimento, infatti,  tutti avevano sentito suonare  una cornamusa.

Questo fatto convinse Hauck definitivamente dell’estraneità dei partigiani , e la cosa per lui fu assai più preoccupante. Dedusse infatti che  quella che si era appena conclusa era un’azione portata a termine da un’avanguardia delle forze alleate e, con il QG  inutilizzabile, l’intero settore era troppo vulnerabile. Così  Hauck  decise di  accellerare i preparativi della ritirata che, stando alla storia del giornale fascista  locale  reggiano “il Solco” che cessò le pubblicazioni il 28, avvenne  a due giorni dall’operazione “Tombola”.

Un’altra conseguenza dell’analisi di Hauck fu l’assenza di rappresaglie da parte delle truppe tedesche, cosa che era una semplice e logica conseguenza della  attribuzione dell’attacco a truppe regolari britanniche e non a colonne partigiane.

Ciò significò  la salvezza per la popolazione dei borghi di Albinea  e di Villa Minozzo, gli abitati più vicini alle ville ove aveva sede il comando tedesco, che sarebbero state invece rastrellate qualora la decisioni del comando tedesco fossero state diverse. Si consideri inoltre che, secondo l’uso ormai consolidato di passare per le armi dieci civili per ogni soldato tedesco  caduto, la rappresaglia avrebbe costato la vita a 600 civili – quasi  il doppio dei martiri delle Fosse Ardeatine.  

Di tutti questi fatti abbiamo oggi notizia grazie al lavoro svolto da due giornalisti emiliani, Matteo Incerti e Valentina Ruozi, che hanno eseguito delle ricerche d’archivio  e intervistato  sui posti i testimoni di quegli episodi.

Il vero colpaccio è stato però messo a segno da Matteo Incerti che, tramite i documenti del War Office britannico e una ricerca certosina sul web, e riuscito a rintracciare David Kirkpatrick e a mettersi  in contatto con il protagonista della vicenda che, a 88 anni, vive ancora nel nativo Ayrshire e gode non solo di  buona saluta ma anche di ottima memoria.

Grazie alla testimonianza diretta di Kirkpatrick, infatti, Matteo non solo ha avuto conferma di molti fatti che era riuscito a ricostruire nel corso di anni di ricerche ma ha anche raccolto ulteriore materiale tanto di decidere di pubblicare un libro, uscito in Italia nell’aprile 2011 e dal titolo “il Bracciale di Sterline”, in cui narra  le incredibili storie legate ad operazione “Tombola” che erano ritornate alla luce


Il libro, scritto a quattro mani con Valentina Ruozi,  non solo ricostruisce   i fatti avvenuti alla fine del marzo 1945 ad Albinea e dintorni,  ma crea un vero e proprio legame con il presente narrando delle conseguenze dei fatti avvenuti  all’epoca sulle vite di numerosissimi dei personaggi coinvolti.

A seguito della pubblicazione del libro, c’è stata non solo una riscoperta e un rinnovato interesse per le vicende storiche da parte delle comunità di Albinea e Villa Minozzo, ma anche una vera e propria rivelazione di quanto queste due cittadine dovessero essere debitrici nei confronti di Farran (scomparso nel 2003) e di Kirkpatrick.

Valentina Ruozi, David Kirkpatrick e Matteo Incerti

Luglio 2011

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DAVID KIRKPATRICK : UN MAD PIPER DIETRO LA LINEA GOTICA

David Kirkpatrick(le fotografie di quest’articolo sono tratte dal libro “Il bracciale di sterline” di Matteo Incerti e Valentina Ruozi)

prima parte

  I piper in battaglia : evoluzioni  nel  XX secolo

L’immagine iconografica di una colonna di truppe scozzesi in marcia su un campo di battaglia guidati dal suono delle cornamuse è stata in effetti una realtà su tutti i campi di battaglia per almeno un paio di secoli. A partire dagli inizi del ‘900, però, si è avuta una evoluzione epocale  con l’introduzione massiccia di armi  di precisione e di armi automatiche , che rendevano di fatto impossibile realizzare le manovre in ordine serrato che avevano da sempre caratterizzato il  movimento delle truppe. La possibilità  per ogni umile fantaccino di colpire con successo un bersaglio a più di duecento metri con il proprio fucile di ordinanza e la disponibilità di un caricatore con cinque o dieci colpi a disposizione  costringevano ogni soldato a muoversi con cautela,  in ordine sparso, sfruttando ogni riparo possibile e , per quanto possibile, tenendo la testa ben al di sotto della quota del parapetto di una trincea.   Anche i piper furono costretti a tenere un comportamento analogo e , preso atto della situazione, lo stesso Ministero della Guerra Britannico emanò nel 1915

 un ‘ordinanza in cui si proibiva formalmente ai piper di suonare  se non nelle retrovie. I piper furono così costretti a rinunciare a suonare in azione e a dedicarsi a compiti secondari, come quello di portaferiti o di serventi  di  mitragliatrice o di mortaio. Per questo motivo , quando un piper suonava materialmente durante un’azione,  la sua era considerata di per sè  un’azione fuori del comune che spesso veniva premiato con onorificenze (come per Damien  Laidlaw,  cui fu attribuita la Victoria Cross per aver suonato alla battaglia di Loos nel 1916) o almeno la prima pagina dei giornali (come Scott Taylor, che suonò camminando davanti al suo blindato su un ponte in Iraq nell’offensiva dei 2004)

  David Kirkpatrick

David Kirkpatrick  è nato a Grivan, Ayrshire, l’11 maggio 1924 e  ha iniziato a suonare fin dall’età di sette anni. Il  suo primo insegnante è stato Wully Carwell, PM della locale banda di boy scout, e successivamente ha suonato con diversi PM, prima nell’esercito e poi, nella vita civile, nella Girvan Britsh Legion Pipe Band.

Fu chiamato alle armi nel 1942 dove, dopo un breve periodo negli Argyll & Sutherland Highlanders, ha prestato servizio prima nella Highland Light Infantry e poi nelle forze speciali  SAS (Special Air Service).

Durante la guerra fu impegnato in combattimento in Africa, in Albania e in Italia ed è stato decorato con  la  oak leaf gallantry award per aver suonato la cornamusa in   combattimento.

David Kirkpatrick nel 1944

Dopo la guerra ha messo su famiglia ed ha avuto quattro figli, e a tutti e quattro ha insegnato a suonare la GHB. Oggi gode di buona salute e, di quando in quando , si diletta ancora a suonare con la Girvan British legion PB.

   1944-1945: La fase finale della campagna d’Italia

Durante la campagna d’Italia, le forze tedesche avevano organizzato una serie di linee difensive disposte trasversalmente rispetto alla dorsale appenninica e il superamento di ciascuno di questi sbarramenti fu per gli alleati un vero e proprio calvario.

I combattimenti lungo la linea Gustav tra il 1943 e il 1944  furono  solo la prima fase della guerra in Italia e si ebbe la dimostrazione più clamorosa di come  una macchina da guerra moderna, poderosa e complessa  potesse  facilmente essere bloccata da truppe in inferiorità numerica e di mezzi ma ben trincerate in posizioni strategiche.

Dopo aver incassato amaramente tale esperienza, gli Alleati si trovarono di nuovo, a metà del 1944, a dover superare un secondo sbarramento impressionante: la linea Gotica che andava da la Spezia a Rimini, passando per tutto lo spartiacque appenninico Tosco-Emiliano fino alla Romagna.

Dopo il primo tentativo dell’operazione Olive nell’agosto 1944, respinto praticamente senza alcun risultato, gli Alleati si rassegnarono a trascorrere  i mesi invernali dedicandosi esclusivamente ai preparativi della grande offensiva che sarebbe stata lanciata nella primavera del 1945 e che si sarebbe poi rivelata decisiva.

Durante questo periodo di forzata inattività , gli unici combattimenti erano quelli sostenuti dalla formazioni partigiane, già da tempo appoggiate dai servizi segreti e dalla forze speciali alleate ma che, a partire dall’autunno 1944, furono ulteriormente e più massicciamente sostenute sia dal punto di vista del coordinamento e del comando si adal punto di vista dell’equipaggiamento e dell’armamento.

In questo quadro, il servizio segreto militare britannico  SOE (Special Opereation Executive)  individuò e sostenne direttamente alcune formazioni partigiane attive sull’appennino Emiliano e con una di esse organizzò e portò a compimento ad Albinea, alle porte di Reggio Emilia, l’operazione “Tombola”.

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DAL 1939 AL 1945

La seconda guerra mondiale si aprì con la vittorie lampo della Germania nazista sulla Polonia nel 1939 e sulla Francia nel 1940.

La Gran Bretagna, in osservanza ai trattati d’alleanza,  aveva inviato un corpo di spedizione in Francia la cui sorte fu segnata dalla guerra lampo messa in atto dalla Wermacht che costrinse i Britannici a ripiegare su Dunkuerque, da cui in due giorni si compì un piccolo miracolo di logistica per riportare al di là della manica decine di migliaia di uomini.

Il perimetro difensivo delle spiagge da cui gli uomini evacuavano era tenuto dalla 51a divisione , la famosa Highland Division. 

A questi uomini fu ordinato di tenere duro ad ogni costo, di proteggere i propri commilitoni e di rimanere saldi fino all’ultimo.

Così avvenne e quando l’operazione di Dunkuerque fu conclusa e l’ultimo guscio di noce aveva abbandonato la costa francese per riportare in patria il suo carico di soldati, la 51a divisione divisione si arrese al Generale Rommel, che a St. Valery en Caux fege prigioniera l’intera divisione, dall’ultimo soldato al generale Fortune.

La guerra non avrebbe potuto iniziare peggio per i soldati scozzesi.

Mentre la più famosa e agguerrita delle divisioni della prima guerra mondiale veniva internata nei campi di prigionia, in patria la 51a veniva riformata.

Dal 1940 al 1945 i soldati scozzesi furono impegnati sui fronti dell’Africa Settentrionale, di Grecia, di Burma, d’Italia, di Normandia, dei Paesi Bassi, della Germania e del Medio Oriente. 

Anche in questo contesto i piper continuarono a svolgere i propri compiti tradizionali.

L’evoluzione dell’esercito Britannico aveva trasformato il ruolo dei piper, non più portaferiti ma soldati specializzati addetti alle mitragliatrici di supporto dei plotoni di fanteria.

A parte questo cambiamento di funzione operativa, i piper continuarono a suonare i propri strumenti per i soldati dei rispettivi reggimenti. E nonostante la modernizzazione del conflitto, l’introduzione dell’arma corazzata, la  supremazia dell’arma aerea, la messa a punto di nuove e più efficaci armi automatiche personali, i piper continuarono a suonare anche in battaglia. A Tobruk, El Alamein, Burma, Normandia, Germania ai piper fu ordinato di suonare per guidare i propri commilitoni in azione e i piper suonarono.

Come ciò fosse possibile sui campi di battaglia della seconda guerra mondiale resta un mistero. A tal proposito, appare molto interessante la testimonianza di Bill Millin, uno dei primi soldati britannici a mettere piede sulle spiagge della Normandia.

La testimonianza di Millin ci fa capire che anche nel 1944 poteva ancora esistere un rapporto personale tra l’ufficiale in comando e il proprio piper incredibilmente affine a  quello che legava il chieftain al piper  due o tre secoli prima.

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